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Ho conosciuto Laurella qualche anno fa a Bologna durante una riunione del movimento lgbtq. In una pausa mi si avvicinò un signore distinto, gentile, e mi disse: « Sono Lodovico, sono una persona transessuale». Non capii subito se si trattava di un transessuale o di una transessuale, ma durante la nostra conversazione scoprii che non era poi così significativo per me, era però importantissimo per Lodovico che non aveva ancora intrapreso il percorso per comunicare, anche a chi non lo conosceva, che lei era Laurella, Laurella da sempre.
Laurella Arietti è nata a Verona il 20 giugno del 1950 in un famiglia perfettamente inserita in un ambiente clerico borghese che ha influenzato profondamente la sua vita sociale, il suo impegno politico, la sua ricerca interiore. La sua adolescenza è contigua ai primi fermenti della rivoluzione culturale che vedrà il suo massimo splendore nell’anno di cambiamento più importante, il 1968. Momenti molto importanti per Laurella che comincia ad auspicare la possibilità di vivere da persona completamente libera in un mondo migliore. La sua infanzia è già stata contraddistinta da una forte consapevolezza, la sua identità femminile in un corpo biologicamente maschile. Scientificamente, e anche con una certa immediata semplicità, si può parlare di un caso di transessualismo concepito come parte della ricchezza delle differenze umane, al pari delle diverse origini territoriali, le diverse culture, le diverse concezioni dell’esistenza. La realtà è però un’altra, la persona transessuale è vista come un elemento disturbante, fastidioso, e come tale da emarginare, da escludere, da eliminare se è possibile. Tutto questo costringe Laurella, come tante altre persone nella sua stessa condizione, a nascondere la sua vera identità, a vivere una vita di facciata più tranquillizzante, l’unica accettata da una società incapace di includere e di valorizzare le variabili che possono turbare un equilibrio perbenista. Dice Laurella: «Come Lodovico mi sentivo perverso, sbagliato dentro, come se tradissi il genere umano e la natura. Non mi sentivo degno di stare con gli altri, di appartenere a una comunità. Affrontavo una dolorosa finzione che avrei dovuto recitare tutta la vita e non nascondo che l’idea di farla finita l’ho avuta tantissime volte, del resto come non si può pensare al suicidio quando sei logorato dal dramma che ti porti dentro? La gente può fare benissimo a meno di uno come me, mi dicevo spesso. Solo oggi parlando con le mie amiche trans riesco a capire che quel dramma è comune a tantissime persone e non credo che riguardi solo l’essere transessuale ma il sentirsi diversi da una norma e di diversità ce ne sono infinite, pensa quanta sofferenza in nome di una pretesa normalità. Che poi mi chiedo cosa significa essere normali?».
Laurella, con la “maschera protettiva” di Lodovico, incontra Pia, una donna meravigliosa che era stata “psichiatrizzata” e sottoposta all’elettroshock, apparteneva ad una piccola borghesia agricola, era un’ex cattolica, insegnava ragioneria, partecipava ai gruppi di Antonietta Bernardoni, che proveniva dall’esperienza triestina di Basaglia e che rifiutò il suo ruolo di psichiatra per metodi più pedagogici e interpretativi. Pia si innamora di Lodovico/Laurella che subito le confessa il suo sentire, la sua identità di genere, ma viene accolta amorevolmente e insieme costruiranno un rapporto vero, completamente sincero, chiaro, coinvolgente. Quando fanno l’amore è la prima volta per entrambe, debbono superare molti blocchi inculcati dalle famiglie, un’esperienza dolorosa perché riuscire a entrare in intimità richiedeva sforzo, ma era un passo importante, desiderato e superato con gioia catartica. Quindi si sposano e nel 1982 nasce Francesco. La loro storia d’amore e di vita coniugale è un vero e proprio fortino, una rocca sicura che difende la loro famiglia da ogni possibile attacco esterno, due genitori più attenti di altri e capaci di educare al meglio un figlio. Pia capisce Laurella, pazientemente l’aiuta, l’accompagna, le fa muovere i primi passi e poi la lascia andare da sola dicendole: «Il problema adesso non ce l’hai più tu cara mia, ora ce l’ho io che debbo mettere in discussione il mio rapporto con te e il mio ruolo». Purtroppo la morte della moglie di Laurella, avvenuta più di dieci anni fa a causa di una grave malattia, spezza un sodalizio, mutila e interrompe un rapporto, impone nuove decisioni.
Continua Laurella: «Negli anni Settanta entrai in fabbrica, in fonderia, condividendo da subito le lotte sindacali dei lavoratori divenendo delegata e membro del direttivo della Fiom-Cgil. Era una fonderia di caldaie e radiatori a ciclo continuo in cui lavoravano trecento uomini e ottanta donne. Quello era il mio posto, tra gli operai sfruttati, dove era più evidente l’ingiustizia, l’alienazione del lavoro, la disuguaglianza e tutte le contraddizioni del capitalismo. Lì trovavo una rispondenza tra me e l’esterno, tra il mio bisogno di giustizia e quello di tutti coloro che lavoravano con me. In quegli anni la fabbrica insieme alla scuola era il centro della lotta e della cultura, “Studenti e operai uniti nella lotta” era lo slogan più usato. Al terzo giorno di lavoro aderii allo sciopero nazionale che si svolse a Padova e l’indomani fui convocata dalla direzione, ma non mi feci intimorire. Mi iscrissi al sindacato perché quell’impegno per me era una missione, dovevo combattere quell’ingiustizia vissuta da sempre sulla mia pelle e che allora mi sembrava di condividere con altri. L’oppressione era comune e proveniva per tutti dalla stessa fonte, un nemico comune. Fu per me un’enorme esperienza e mi resi conto della grande disumanità del lavoro e dello sfruttamento che, purtroppo, oggi è sempre più presente. Sono stata molto critica nei confronti delle organizzazioni sindacali, perché a volte non rappresentano le istanze del mondo operaio per una vita migliore, ma le esigenze e le regole di una società che limita le persone stesse. Quindi anche con il sindacato istituzionale, “Confederale”, ebbi qualche difficoltà. A 57 anni mi ritrovai nella condizione di precaria, licenziata perché ritenuta non idonea alle mansioni di operaia in fonderia, con la motivazione che non avevo dichiarato di essere una transessuale».
Rimasta sola, senza Pia, Laurella sente che non può più indugiare, si sente donna e vuole esserlo a tutti gli effetti. Mette le prime calze, indossa la gonna, esce per strada in abiti femminili. Comincia a informarsi, a cercare i percorsi che la possono condurre alla sua meta, arriva nel posto giusto, il Circolo Pink, un’associazione lgbt con sede nel centro storico di Verona che offre una serie di servizi di assistenza diretta soprattutto a lesbiche e gay. Laurella è la prima transessuale che collabora con loro e così aprono uno sportello per l’identità di genere. Laurella entra anche in contatto con il Mit (Movimento di identità transessuale) e allarga i suoi orizzonti rendendosi conto che uno dei problemi più grandi per una persona transessuale è la disinformazione, la non conoscenza di quali sono i propri diritti, il non sapere a quali servizi rivolgersi, anche perché le istituzioni si dimostrano completamente disinteressate. E intanto comincia a risplendere di luce propria, si fa crescere i capelli, li tinge di un bel colore ramato, butta via gli indumenti maschili e prova nuovi abiti femminili, li abbina a gioielli e accessori, mette lo smalto sulle unghie. Contenta mi confida: «Sono orgogliosa di me stessa, sono contenta di quello che ho fatto, mi piaccio, giro a testa alta. Abito in un paesino della cintura veronese pieno di bigotti ipocriti, cattolici chiusi, borghesi razzisti, insomma un posto dove per una come me c’è poco da stare allegri. Quando ho cominciato il transito esteriore, sapendo che prima o poi avrei dovuto confrontarmi con il vicinato, pensai di scrivere una lettera per spiegare le ragioni del mio cambiamento e invitando tutti ad accettare la mia situazione. Ma ho ottenuto l’effetto contrario, dopo qualche settimana cominciò l’ostilità dei vicini, qualcuno mi tolse il saluto, qualcun altro cambiava strada quando mi vedeva, poi alcuni mi dissero chiaramente che non ero ben accetta e dunque dovevo trarne le conseguenze. Ho resistito e alcuni si sono riavvicinati, grazie forse al fatto che non chiudo mai alla possibilità di dialogo. Per fortuna ho molte amicizie fuori dal mio paese e poi ho mio figlio, con lui non c’è nessun problema. A volte andiamo insieme a far la spesa al supermercato e Francesco mi chiama tranquillamente papà davanti agli altri che sembrano aver visto un marziano. Ma sto anche molto attenta perché ci sono molte teste calde, tanti fascisti e skinheads che vorrebbero eliminare le persone come me. Sono super impegnata, frequento assemblee, dibattiti, partecipo a manifestazioni, svolgo attività politica a tutto tondo, è come se mi fosse preso un furore rivoluzionario che non riesco più a contenere. Il culmine di tutto l’impegno è stato l’anno scorso con la mia candidatura a sindaca di Verona, una grande sfida un po’ provocatoria di tutta l’area libertaria contro la candidatura dell’attuale sindaco, notoriamente ed espressamente fascista, leghista, xenofobo, omofobo e chi più ne ha più ne metta. Verona e il Veneto in questo orribile scenario sono riusciti a esprimere il peggio. Non è facile vivere in una città dove il Consiglio comunale si esprime a favore della castrazione per gli omosessuali, o che dice alle donne che vogliono abortire «prima ti è piaciuto e ora te lo tieni», dove un sindaco toglie la foto di Napolitano perché meridionale. Da tre mesi ho ripreso anche a lavorare, sono stata assunta dalla Asl con contratto a tempo indeterminato, un fatto importantissimo per una persona transessuale . |